Il riso arrivò in Italia per due vie: la Sicilia arabo-normanna e le repubbliche marinare. I documenti più antichi attestano la presenza del riso in Sicilia già nel X secolo, portato dagli arabi che lo coltivavano nelle zone irrigue dell’isola. Ma la coltivazione sistematica in pianura padana iniziò solo nel XV secolo, quando i monaci cistercensi e i grandi proprietari terrieri della Lombardia e del Piemonte bonificarono le zone paludose e costruirono le prime risaie.
Le mondine e il prezzo del riso
Per quattro secoli, la risicoltura italiana fu un’attività basata sullo sfruttamento intensivo della manodopera femminile. Le mondine — le lavoratrici stagionali che mondavano il riso a piedi nudi nell’acqua delle risaie — divennero il simbolo di un’intera classe sociale. Partivano dal Veneto, dall’Emilia, dalla bassa Lombardia, stipate sui treni per raggiungere le risaie del vercellese e del novarese. Lavoravano piegate in due, dall’alba al tramonto, per una stagione che durava da maggio a luglio.
Le condizioni erano durissime: malaria, sanguisughe, paghe misere. Le lotte sindacali delle mondine — a partire dallo sciopero del 1906 e culminate nella conquista delle otto ore nel dopoguerra — scrissero un capitolo fondamentale della storia del lavoro italiano. Il film Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis ne fece un racconto popolare che raggiunse il mondo intero.
La meccanizzazione e il triangolo d’oro
La meccanizzazione del dopoguerra cancellò il mondo delle mondine in meno di vent’anni. Le macchine trapiantatrici e le mietitrebbiatrici trasformarono la risaia da laboratorio di fatica umana a impresa agricola moderna. Oggi la risicoltura italiana si concentra nel “triangolo d’oro” tra Vercelli, Novara e Pavia, con estensioni in Sardegna, Veneto e Calabria.
L’Italia è il primo produttore di riso in Europa, con circa 230.000 ettari coltivati e una produzione annua di 1,5 milioni di tonnellate. Ma il dato più interessante non è la quantità: è la varietà. Mentre la maggior parte dei paesi risicoli si concentra su poche cultivar ad alta resa, l’Italia mantiene un patrimonio di decine di varietà specializzate — ognuna con la sua destinazione d’uso, il suo territorio, il suo risotto.
Il sistema DOP e IGP
La risicoltura italiana vanta tre denominazioni di origine protetta: il Riso di Baraggia Biellese e Vercellese DOP, il Riso Nano Vialone Nano Veronese IGP e il Riso del Delta del Po IGP. A queste si aggiunge la disciplina del “Riso Classico” (D.Lgs. 131/2017), che tutela le varietà storiche dalla concorrenza dei similari — una battaglia legislativa che riguarda direttamente la qualità di ciò che finisce nel piatto.
