Il problema era chiaro: l’Africa importava riso perché le varietà locali rendevano poco, e le varietà asiatiche ad alta resa non sopravvivevano alle condizioni africane — siccità, suoli acidi, malattie tropicali, assenza di irrigazione. La soluzione era altrettanto chiara in teoria e quasi impossibile in pratica: incrociare le due specie.
Un incrocio impossibile
L’Oryza sativa (asiatica) e l’Oryza glaberrima (africana) sono specie diverse. I loro genomi divergono da migliaia di anni. Gli ibridi tra le due specie sono generalmente sterili — come un mulo. Negli anni ’90, il centro di ricerca AfricaRice (allora WARDA, con sede in Costa d’Avorio) riuscì nell’impresa di ottenere ibridi fertili attraverso tecniche di salvataggio embrionale e selezione assistita. Il risultato fu battezzato NERICA: New Rice for Africa.
Il meglio di due mondi
Le varietà NERICA ereditano la produttività dalla madre asiatica (rese fino a 5-6 tonnellate per ettaro con fertilizzanti) e la resilienza dal padre africano (resistenza alla siccità, alle malattie locali, alla tossicità ferrosa dei suoli). Il ciclo di maturazione è rapido — 90-100 giorni per le varietà da altopiano — il che significa che una comunità che pianta NERICA può raccogliere prima della stagione secca, un dettaglio che in contesti di insicurezza alimentare salva letteralmente vite.
Il contenuto proteico è fino al 25% superiore a quello dei genitori. Alcune varietà sono aromatiche. Le versioni da pianura (NERICA-L) raggiungono rese ancora maggiori (5-7 t/ha) con irrigazione.
Oltre la genetica
Il NERICA non è solo un risultato scientifico: è un progetto di sviluppo rurale che coinvolge 18 paesi africani. La sua diffusione ha permesso a milioni di piccoli agricoltori di passare dall’autoconsumo alla vendita del surplus, generando reddito e riducendo la dipendenza dalle importazioni asiatiche.
È la prova che la biodiversità del riso non è solo una questione gastronomica o patrimoniale: è una questione di sopravvivenza.
